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Unione Sarda,
Economia, pag. 16
Martedì 9 settembre 2014

Confesercenti.Secondo l’osservatorio nazionale dell’organizzazione i dati peggiorano ogni anno.

«Peggio del 2013». Le attività commerciali in Sardegna sono ancora in ginocchio. Come e più di quando sembrava avessero toccato il fondo. Nell’Isola, seguendo una tendenza nazionale, nel primo semestre di quest’anno ha chiuso il 34,7% delle attività aperte nel 2010, il 22,7% di quelle avviate nel 2011, addirittura il 15,1% di quelle nate nel 2012.
Tra commercio al dettaglio e attività del turismo, l’Isola presenta un saldo passivo di 650 imprese nei primi 6 mesi di quest’anno. Niente ripresa nel 2014, quindi. L’analisi dell’Osservatorio nazionale di Confesercenti evidenzia che nel quadriennio 2009-2012 le famiglie e le imprese italiane hanno dovuto pagare quasi 19 miliardi in più di imposte e tariffe. «La pressione fiscale continua a essere troppo elevata, è impossibile pensare di crescere in queste condizioni», avverte Gian Battista Piana, direttore regionale di Confesercenti. «Fra qualche giorno, quando avremo i dati a livello regionale, potremo essere più precisi nelle valutazioni. Ma non vediamo motivo per pensare che in Sardegna il trend possa essere diverso».
Il problema, aggiunge, «è che per fare economia a livello nazionale, siamo costretti a pagare sempre più tasse a livello locale», ovvero Tari, Tasi, Imu. Ancora una volta, quindi, mancheremo la ripresa: le speranze di crescita sono rimandate al 2015. Il Pil nazionale, rileva l’analisi dell’Osservatorio di Confesercenti, calerà dello 0,2% alla fine del 2014. E i consumi delle famiglie, che nel 2015 dovrebbero crescere dello 0,7% (dopo il +0,2% di quest’anno), non sarebbero da soli sufficienti a stimolare investimenti e occupazione. «Il crollo dei consumi rappresenta il vero peccato originale», spiega il direttore regionale di Confesercenti. «Se non si agisce su questa leva, non ne usciamo». Un’altra emergenza continua a preoccupare l’associazione imprenditoriale: l’altissima disoccupazione, che vale il 12,9% in Italia, addirittura il 17,5% nell’Isola. In Italia ci sono sei milioni di persone che non lavorano perché hanno perso il posto (circa tre milioni) o perché sono rimaste ai margini del mercato del lavoro scoraggiate dalla crisi (altri tre milioni).

 

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